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Criminologia Ambientale & Ecomafie

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La Criminologia Ambientale e la questione delle Ecomafie

 

La Criminologia, intesa nel senso ampio del termine, ha cominciato ad affrontare o meglio ha dovuto cominciare ad affrontare la questione ambientale a causa degli allarmanti dati emersi negli ultimi anni (non proprio ultimi…). A proposito di tale questione Carlo Lucarelli scrive: “Alla fine ci riusciremo a capire che non c’è più tempo…Certo, probabilmente potevamo capirlo vent’ anni fa…di sicuro non avremo altri vent’anni per farlo”. Per le circostanze appena descritte la Criminologia ha dovuto quindi estendere le aree di interesse tipiche a quella di matrice ambientale, divenendo così Criminologia Ambientale il cui oggetto di studio specifico sono i crimini omonimi.

Per poter accedere in modo immediato alla questione dei reati sopra citati e di conseguenza comprendere che cosa si intenda con questa dicitura, è necessario elencare alcuni dati statistici.

Evitando però di cadere nella noiosa trappola dei numeri seguiti da percentuale basta dire che per ogni morto per omicidio ci sono circa seicento morti per cancro ai polmoni causato da inquinamento ambientale. Ampliando il quadro a livello europeo viene stimato che la leucemia infantile provoca la morte di più di duemila e quattrocento bambini ogni anno (meno del 10% dei casi ha origine genetica, oltre il 90% è causato da ragioni di tipo ambientale).

Cercando di associare tali dati alle ricerche recentemente effettuate è possibile compiere delle categorizzazioni capaci di individuare in modo concreto alcune tipologie di crimini ambientali che stanno infestando il nostro pianeta. Tali crimini prendono il nome di Ecomafie che di seguito verranno dettagliatamente descritte.

 

Che cosa si intende per crimini ambientali o Ecomafie

Le forme di criminalità ambientale sono numerosissime, spesso il problema è che a causarle sia il comportamento inconsapevole ed ignaro di un intera collettività ed umanità che considera l’interesse nei confronti dell’ambiente una questione di scarso rilievo. In altri casi molte forme di questa criminalità hanno origine dalla condotta criminosa e ben consapevole di associazioni mafiose che traggono dall’attività illecita ben programmata un ingente ritorno economico.

In primo luogo troviamo la mala gestione del ciclo del cemento da parte della criminalità organizzata. In altri termini le varie conformazioni mafiose si occupano di gestire sulla base dei propri interessi interni processi produttivi come la movimentazione della terra, la fornitura di materiali da costruzione, la lavorazione e il trasposto di materiali, appalti e subappalti. Ricordiamo che in Italia una delle forme più ricorrenti di aggressione allo sviluppo e all’equilibrio del territorio è rappresentato proprio dall’attività di edilizia abusiva. In secondo luogo troviamo la gestione del ciclo dei rifiuti per opera dei soggetti sopra citati; si tratta di smantellamento illegale di rifiuti tossici e non, sversamento di rifiuti tossici nei diversi corsi d’acqua, traffico transfrontaliero.

A tale propositivo risulta interessante citare una normativa che evidenzia come spesso la difficoltà di gestione della tematica stia proprio a monte; cioè nella complessa definizione di rifiuto come specificato da L’art. 183, comma 1, lett. A) in cui il rifiuto viene definito come: “qualsiasi sostanza od oggetto…di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia obbligo di disfarsi”. Come risulta evidente si tratta di una denominazione alquanto soggettiva che ha originato una serie di strategie con l’obbiettivo di sottrarre alla categoria dei rifiuti questo o quel materiale a seconda dell’esigenza del momento. La terza tipologia di ecomafia coinvolge il settore dell’agroalimentare e prevede attività quali il trasporto corrotto di prodotti, il controllo della grande distribuzione, l’adulterazione dei prodotti (ad esempio le famose mozzarelle blu), il controllo della ristorazione ed il conseguente riciclaggio di denaro sporco. A seguire troviamo un’altra categoria di ecomafia, l’archoemafia ( furto e traffico di opere d’arte, libri antichi, monete pregiate). Da non sottovalutare il fatto che il malloppo economico illecito che tale attività genera è seconda solo al traffico di droga, armi e riciclaggio di denaro sporco. Altra Ecomafia di interessante profilo è quella dell’abusivismo che si collega perfettamente alla questione del ciclo del cemento. Si potrebbe però aggiungere un fenomeno interessante che connette i due argomenti sopra citati: la questione delle Whitelist. Queste ultime sono elenchi di aziende che compaiono nei bandi di gara in ambito edile poiché sono state in grado di dimostrare alla giustizia di non avere alcun collegamento con la criminalità organizzata. Concretamente tali aziende agiscono, però, da “prestanome” a favore di quelle aziende che potrebbero comparire invece nelle Blacklist (lista di attività aziendali a cui verrebbe negato qualsiasi accesso alla costruzione e all’edilizia per ragioni connesse alla giustizia). Il meccanismo agito da tali soggetti prevede che immediatamente dopo l’ottenimento legale dell’appalto, subappaltano ad un’altra azienda che non avrà più l’obbligo di dimostrare la buona fede rispetto alla propria condotta di fronte allo Stato. A seguire troviamo la questione dell’abuso e della mala gestione delle energie pulite che risultano essere un elemento estremamente interessante da parte delle organizzazioni criminali in quanto sono un settore nuovo, in rapida espansione, non ancora completamente protetto da norme giuridiche capaci di garantire una tutela efficiente ed efficace.

In conclusione troviamo le ultime due tipologie di ecomafie: il racket di animali (importazione, maltrattamento, mal custodia e utilizzo di animali per il trasposto di droga) e l’imposizione del pizzo il cui mancato pagamento comporta una serie di minacce e attività lesive. I crimini sopra elencati vengono spesso scarsamente considerati a livello collettivo, poiché non troppo vicini alla realtà privata, ma fungono invece da indicatori negativi capaci di danneggiare notevolmente il nostro paese.

Per concludere, il quadro normativo

Per concludere il quadro generale è utile sottolineare che non è vero che ad oggi la mafia non uccide più, considerato che spesso la valutazione di tale situazione ha origine dal fatto che ad oggi gli episodi di stampo puramente mafioso sono diminuiti. Al contrario, basterebbe però ragionare sulla questione e capire che un uomo che muore per cancro ai polmoni dovuto a traffico illecito di rifiuti tossici (per mano della criminalità organizzata) non deve essere percepito come un morto per malattia ma come vittima di un sistema mafioso fin troppo radico e legittimato nel nostro paese. Il nostro Codice Penale prevede una serie di provvedimenti mirati a punire i crimini connessi alle condotte sopra citate; ad esempio l’art. 452 bis c.p. che punisce l’inquinamento ambientale, l’art. 452 quater c.p che punisce il disastro ambientale, l’452 octies c. pp. che condanna il traffico illecito di materiale radioattivo e nucleare…e così via. La questione normativa che risulta di fondamentale importanza in questo contesto, richiama il pensiero di Cesare Beccaria (oltrepassandolo). Questo ultimo nel suo scritto Dei delitti e delle pene definiva la certezza dell’applicazione della pena come elemento di deterrenza più efficace rispetto alla quantità della stessa. Nei reati ambientali l’elemento quantitativo acquisisce invece un ruolo di rilevanza assoluta, in quanto la pena inflitta al condannato per crimine ambientale deve essere necessariamente una pena antieconomica. In Madre Terra è stanca! Si scrive: “Se infatti la pena pecuniaria per aver contravvenuto a una norma di tutela ambientale continua ad essere inferiore rispetto al vantaggio economico ricavato in seguito alla violazione, è evidente che si preferirà continuare a pagare la sanzione piuttosto che rinunciare a un profitto che risulta maggiore della sanzione stessa”.

Elena Pietrobon

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